2. Il grande pericolo nel mondo odierno, pervaso com'è dal consumismo, è la desolazione e l'angoscia che nascono da un cuore compiacente ma avido, dalla ricerca febbrile di piaceri frivoli e da una coscienza ottusa. Ogni volta che la nostra vita interiore si impantana nei propri interessi e preoccupazioni, non c'è più spazio per gli altri, non c'è posto per i poveri. La voce di Dio non si ode più, la gioia serena del suo amore non si percepisce più e il desiderio di fare il bene svanisce. Questo è un pericolo molto reale anche per i credenti. Molti ne cadono preda e finiscono per essere risentiti, arrabbiati e apatici. Non è questo il modo di vivere una vita dignitosa e appagante; non è la volontà di Dio per noi, né è la vita nello Spirito che ha la sua fonte nel cuore di Cristo risorto.
3. Invito tutti i cristiani, ovunque, in questo preciso istante, a un rinnovato incontro personale con Gesù Cristo, o almeno ad aprirsi all'incontro con Lui; vi chiedo di farlo senza mancare mai ogni giorno.
4. …Questa è la gioia che proviamo quotidianamente, tra le piccole cose della vita, in risposta all'amorevole invito di Dio nostro Padre: “Figlio mio, comportati bene secondo le tue possibilità… Non privarti del piacere del giorno” (Signore 14:11, 14). Quale tenero amore paterno risuona in queste parole!
6. …La gioia si adatta e cambia, ma perdura sempre, anche come un barlume di luce nato dalla nostra personale certezza che, in fin dei conti, siamo infinitamente amati.
7. …Posso dire che le espressioni di gioia più belle e naturali che ho visto nella mia vita erano in persone povere che avevano poco a cui aggrapparsi. Penso anche alla vera gioia mostrata da altri che, anche in mezzo a pressanti obblighi professionali, sono stati capaci di conservare, con distacco e semplicità, un cuore pieno di fede. A loro modo, tutti questi esempi di gioia scaturiscono dall'amore infinito di Dio, che si è rivelato a noi in Gesù Cristo. Non mi stanco mai di ripetere queste parole di Benedetto XVI che ci conducono al cuore stesso del Vangelo: “Essere cristiani non è il risultato di una scelta etica o di un'idea elevata, ma l'incontro con un evento, una persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e una direzione decisiva”.[3]
46. Una Chiesa che “esce” è una Chiesa le cui porte sono aperte. Andare incontro agli altri per raggiungere i margini dell’umanità non significa precipitarsi senza meta nel mondo. Spesso è meglio semplicemente rallentare, mettere da parte la nostra impazienza per vedere e ascoltare gli altri, smettere di correre da una cosa all’altra e rimanere con chi ha vacillato lungo il cammino. A volte dobbiamo essere come il padre del figliol prodigo, che tiene sempre la porta aperta affinché, al suo ritorno, possa facilmente varcarla.
No a un pessimismo sterile:
85. Una delle tentazioni più gravi che soffoca l'audacia e lo zelo è il disfattismo, che ci trasforma in pessimisti lamentosi e disillusi, in "musoni". Nessuno può andare in battaglia se non è pienamente convinto della vittoria. Se partiamo senza fiducia, abbiamo già perso metà della battaglia e seppelliamo i nostri talenti. Pur dolorosamente consapevoli delle nostre debolezze, dobbiamo proseguire senza arrenderci, tenendo a mente ciò che il Signore disse a San Paolo: "La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza" (2 Cor 12,9). Il trionfo cristiano è sempre una croce, ma una croce che è al tempo stesso uno stendardo vittorioso, portato con tenera aggressività contro gli assalti del male. Lo spirito maligno del disfattismo è fratello della tentazione di separare, prima del tempo, il grano dalla zizzania; è il frutto di una mancanza di fiducia ansiosa ed egocentrica.
Il posto speciale dei poveri nel popolo di Dio
197. Il cuore di Dio ha un posto speciale per i poveri, tanto che egli stesso “si fece povero” (2 Cor 8,9). Tutta la storia della nostra redenzione è segnata dalla presenza dei poveri. La salvezza ci è giunta dal “sì” pronunciato da un’umile fanciulla di una piccola città ai margini di un grande impero. Il Salvatore nacque in una mangiatoia, in mezzo agli animali, come i figli di famiglie povere; fu presentato al Tempio insieme a due tortore, l’offerta fatta da coloro che non potevano permettersi un agnello (cfr Lc 2,24; Lv 5,7); crebbe in una casa di operai comuni e lavorò con le proprie mani per guadagnarsi il pane. Quando iniziò ad annunciare il Regno, folle di diseredati lo seguirono, a dimostrazione delle sue parole: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, perché mi ha unto per annunciare il Vangelo ai poveri” (Lc 4,18). Egli assicurò a coloro che erano oppressi dal dolore e schiacciati dalla povertà che Dio ha un posto speciale per loro nel suo cuore: “Beati voi poveri, vostro è il regno di Dio” (Lc 6,20); si fece uno di loro: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare”, e insegnò loro che la misericordia verso tutti costoro è la chiave del cielo (cfr. Mt 25,5ss).
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